Le bombe cadute sulla Libia la sera del 19 marzo hanno avuto tanti effetti. Alcune amicizie si sono rotte, come quella tra Berlusconi e Gheddafi. L’America si è trovata ostaggio del protagonismo di “monsieur Carla Bruni”. E l’Italia, al solito, ha arrancato e ora tenta di salire sul dorato carro dei vincitori.
Al di là degli effetti internazionali però, la guerra di Libia (o missione umanitaria, come qualcuno la definisce) ha sparigliato le carte nel mondo pacifista. La seconda potenza mondiale, come il NYT definì il movimento no-war nel febbraio 2003, sembra essersi eclissata. Gli arcobaleni non sventolano più da finestre e balconi. I pochi vessilli rimasti esposti sono scoloriti. In piazza ci vanno i soliti noti. E chi si è sempre dichiarato contro le guerre adesso comincia a pensare che forse, in fin dei conti, qualche bomba contro Gheddafi è giusto sganciarla. Nomi importanti del pacifismo, italiano e non, hanno avanzato dubbi sul “No alla guerra”. Le posizioni in campo sono tante. Il “Not in my name” è diventato “Yes in my name”. Politici e intellettuali che nel 2003 avevano manifestato contro l’intervento in Iraq si sono dichiarati al fianco dei Paesi volenterosi (la Francia sui tutti). Ognuno ha la sua posizione. D’accordo o meno è così. Mi ha colpito molto il punto di vista di Daniel Cohn-Bendit. Ex sessantottino, franco-tedesco, da anni è leader e volto dei Verdi europei. Intervistato da Repubblica, il parlamentare, interpellato sulla non-violenza, su Gandhi e sulla possibilità di applicare questo modello anche in Libia, ha risposto con un autentico scivolone. Il Mahatma non “c’azzecca”, per dirla alla Di Pietro. Lui, ha detto Daniel Cohn-Bendit, «vinse contro un imperialismo democratico». Imperialismo democratico????????? Pago una cena a chi mi sa spiegare cosa significa. Sono due giorni che ci penso ma non sono ancora arrivato a nessuna conclusione.
